Ci troviamo a salire lungo la montagna del Cristo Redentore, molto simile al proprio collega di Rio de Janeiro; da lì si può vedere il punto di congiunzione tra il Parco dell’Etna e quello dei Nebrodi: siamo a Cesarò, antico borgo del XIII sec. a 1200 sul livello del mare, ma stranamente non fa freddo in questo sabato d’Ottobre.
Da poco s’è diffusa la psicosi del Carbonchio: batterio che attacca gli animali zootecnici, ma qui la carne avvolta dai funghi porcini si consuma come se non ci fosse un domani con buona pace per i vegani.

Il risotto è ottimo, la zuppa pure, il vino scorre che è un piacere, la gente è accogliente oltre ogni previsione per chi non è del luogo; e al centro della piazza si esibisce una band locale: “I Figli dell’Officina”, la quale pompa musica folk dalle corde del violino e dai tasti della fisarmonica.
Il repertorio è vasto (da De Andrè a Bregovic) contornato da pezzi propri, ma la cosa più importante è il continuo tributo a personaggi i quali, paradossalmente diventano scomodi: Don Pino Puglisi, Peppino Impastato e Rita Atria. La loro presunta scomodità sta nel fatto che tra i boschi che cinturano i Nebrodi a circa 30 km dal paese, la scorsa primavera, s’è consumato l’attentato al Presidente del Parco da parte della mafia rurale, come viene descritto dagli inquirenti con diversi colpi di arma da fuoco sulla carrozzeria blindata della scorta che fortunatamente non sono andati a segno.





