Torna la rubrica della Pro Loco Bronte dedicata alle preghiere e ai detti della tradizione popolare brontese. Questo mese in onore della sua celebrazione, abbiamo rispolverato un’antica leggenda legata alla Madonna Annunziata. Sono sicuramente molti i brontesi a cui è stata raccontata e che continuano a tramandarla, per loro, ma soprattutto per coloro i quali la scopriranno oggi leggendoci, vi raccontiamo l’affascinante sequenza di vicissitudini che secondo il nostro patrimonio di antiche credenze portarono la Madonna Annunziata a divenire la seconda patrona della nostra città.

Incisione tratta dal libro “Prosa rimata” di Filippo Isola (1898)
Mentre Bronte era ancora al principio della sua fondazione, una tempesta inaudita fece naufragare in sulla costa occidentale della Sicilia una nave che veniva dalla Grecia diretta per non si sa dove. Tutto perì, uomini e cose; ma, superstite al comune naufragio, pochi giorni do­po, si vide galleggiare vici­no alla riva una grande cassa, che conteneva un peso enorme e che mo­stra­va nondimeno d’avere la leggerezza di una piuma. Ripescata, quella cassa fu aperta; e, con sorpresa e confusione generale, fu rinvenuta lì dentro l’immagine della Vergine Madre di Nostro Signore e quella dell’Angelo Annunziatore.Tutti caddero in ginocchio, umiliati e tremanti dinanzi allo spettacolo di tanta bellezza celeste. I primi occupanti se ne impadronirono e contavano di posse­dere un tesoro inestimabile. In quella stagione alcuni mercanti, in giro pel commercio del­l’albaggio, capitarono in quella costa fortunata dell’isola. Ebbero sentore delle due statue ed aprirono l’animo alla speranza d’un negozio vantaggioso. Le loro speranze, infatti, non andarono fallite ed il negozio fu conchiuso: barattarono le due statue con tutto l’albaggio che quell’anno portavano appresso. Ma non tardò molto che si pentirono amaramente del negozio fatto. Situate le due statue sopra un carro resistente improvvisato, non c’era forza umana che potesse trasportarle. I buoi più gagliardi vi restavano oppressi, schiacciati. Era una disperazione grande. Avrebbero voluto rifare il baratto e maledivano l’occasione che li aveva distolti dal loro traffico solito. Dinanzi a quelle imagini di paradiso non lasciavano nemmeno di far sentire imprecazioni e bestemmie perfide. E la Vergine e l’Angelo che sorridevano sempre di questo imbarazzo dei mercanti, delle loro imprecazioni e delle loro bestem­mie, con un sorriso tutto candore, tutto bontà. Piangendo e delirando notte e giorno, quelli s’erano decisi final­mente di abbandonar tutto e di tornare in patria poveri e derelitti. Veramente, partirono imprecando e bestemmiando più a lungo.Giunti una mattina, in sulla prima alba, in una selva foltissima, videro sbucare di tra le macchie impenetrabili un’infinità di buoi selvaggi, che avrebbero potuto portare addosso lo stesso Mongibello. Mentre gli altri fuggirono dileguando come baleno nella bosca­glia, due di essi, pieni di mansuetudine nuova, restarono a guardare con benevolenza i mercanti desolati, in atteggiamento di dir loro, che erano pronti a mettersi a loro disposizione. A’ mercanti tornò improvvisamente nell’animo la speranza perduta. Guidati da una inspirazione sovrumana, si avvicinarono a quella coppia di buoi selvaggi; con letizia somma poterono legarli con un pezzo di corda al collo e tornarono indietro, là donde erano partiti.La Vergine e l’Angelo in sul carro, che si disegnavano con purezza ineffabile in quello sfondo azzurro e lucente di cielo e di mare, sorridevano sempre col loro sorriso tutto candore, tutto bontà! I buoi, giunti colà, come ci aves­sero avuto il giudizio, fecero rive­renza alla Vergine ed all’An­gelo compagno, inginocchiandosi. Poi si lasciarono legare al carro umilmente e si misero in cammino, tirandolo come niente fosse. Non c’erano strade, non c’erano sentieri; e pure, il carro proce­deva liberamente. Durante quel passaggio, le selve diradavano gli alberi, i precipizii scomparivano e gli abissi si colmavano!I mercanti, pentiti profondamente per avere osato di dubitare un istante, dinanzi a tanto prodigio parlante, andavano versando lacrime caldissime.La Vergine, così, giunse presto in Bronte, fermandosi nella parte estrema del paese che allora cominciava a sorgere, di fronte a Mongibello, che s’innalzava gigante e minaccioso lassù, in fondo. I mercanti volevano che proseguisse tuttavia il viaggio per giungere almeno a Catania, dove l’avrebbero rivenduta a caro prezzo; ma i loro sforzi furono inutili. Ella volle rimanere quivi; ed Ella stessa fece fare un giretto a’ buoi per segnare i confini della chiesa che avrebbe voluto edificata.Tutto il paese si prosternò a’ piedi della Vergine, che gli si offriva per protettrice; colmò d’oro i mercanti perché gliela lasciassero, e le fondò in quel punto la bella Sin da quel tempo Bronte non teme più i furori di Mongibello; perché Maria Vergine, dal suo stesso altare benedetto, non perde un momento di vista il terribile mostro. 

(“Terra di fuoco” 1887 di Giuseppe Cimbali)