Ritorna 33 Giri, la rubrica della Pro Loco Bronte dedicata alla discografia italiana, in un ideale viaggio tra i dischi che hanno segnato maggiormente la storia della musica dello stivale.

La prima colonna sonora del 2020 ci riporta al 1998, anno di uscita de “La morte dei miracoli” del rapper e cantautore Frankie Hi-Nrg, quasi un outsider nello stesso ambiente dell’hip-hop italiano degli anni novanta e capace di partorire un disco (l’unico di vero pregio della sua carriera, secondo il parere di chi scrive) pressoché impeccabile. Il rap in Italia a lungo ha assunto lo status di genere di nicchia, confinato in una scena divenuta quasi per esigenza poco inclusiva e spesso autoreferenziale, ma capace di regalare gemme nascoste e album indimenticabili, da “SxM” dei Sangue Misto, sino a “Scienza Doppia H” dei Colle der Fomento o a “107 elementi” di Neffa, passando proprio per “La morte dei Miracoli”. Difficile negli anni ’90 ascoltare in radio una canzone rap o addirittura vederne il videoclip, fatta eccezione per i “radiofonici” Articolo31. A segnare una decisa svolta, di cui in gran parte beneficiano i mattatori delle classifiche dei giorni nostri, fu proprio il pezzo simbolo dell’album di Frankie Hi-Nrg: “Quelli che benpensano”. Si tratta di un manifesto della mediocrità italiana, fatta di ipocrisie e culto dell’immagine e dell’apparire, forse la più cruda descrizione dei vizi tricolori mai scritta.

“Sono intorno a noi, in mezzo a noi, in molti casi siamo noi
A far promesse senza mantenerle mai se non per calcolo
Il fine è solo l’utile, il mezzo ogni possibile
La posta in gioco è massima, l’imperativo è vincere
E non far partecipare nessun altro
Nella logica del gioco la sola regola è esser scaltro
Niente scrupoli o rispetto verso i propri simili
Perché gli ultimi saranno gli ultimi se i primi sono irraggiungibili…”

L’incipit del brano è inconfondibile e ci cala immediatamente nell’atmosfera di un album in cui il politicamente corretto viene accantonato per dar sfogo ad invettive e spunti di riflessioni espliciti e privi di qualsivoglia filtro, il tutto condito dalle atmosfere cupe e quasi claustrofobiche cucite dal pioniere dell’hip-hop italiano Ice One. Dopo la canzone simbolo del disco è il turno di “Accendimi”, brano dedicato alla TV, divenuta da mezzo di alfabetizzazione di massa nel dopoguerra a strumento di manipolazione collettiva: “Mi basta dare all’occhio la sua parte per darti l’illusione che tutto vada bene” tra i versi maggiormente significativi e attuali. La quinta traccia è tra le più apprezzate di Frankie Hi-Nrg, “Giù le mani da Caino”, denuncia contro la pena di morte, la guerra e la logica della legge del taglione:

“E puoi pure strofinartele per mesi, le tue mani restan sporche
Come le coscienze di chi ancora ti sostiene
Mentre erigi forche come fossero altalene e poi ci appendi le persone
Le lasci penzolare come stracci stesi al sole
Le asfissi in una stanza, o gli inietti una sostanza dentro al cuore
O glielo fai scoppiare da un plotone
La carne ai ferri è la tua vera religione e cerchi un capro nero
Lo pascoli in un cimitero e poi lo immoli su un altare in remissione dei peccati
E di lui non hai memoria, perché è solo un altro morto della storia…”

La parte centrale del disco, con gli skit “Manovra a tenaglia” e “Area51” e i brani “Il beat come anestetico”, e “La cattura” fa da apripista ad un altro dei pezzi identificativi dell’album, “Autodafé” in cui il nemico è il volto allo specchio e le strofe sono quasi un colloquio tra lo yin e yang interiore presenti nell’inconscio di ogni essere umano. Dopo “Cali di tensione” e un ulteriore skit l’album si chiude con la bellissima “Fili”, che gira attorno ad un campione di Mina/Cocciante tra parole incastrate nelle strofe più intime e personali dell’intero lavoro, forse la vera e propria perla dell’album.

“Sono fili che sottendono parole in equilibrio instabile
Come tante ballerine tra le nuvole
Fili elastici ci uniscono e più ci allontaniamo più ci attraggono
Elettroni intorno a un nucleo si incrociano
Soltanto per un attimo e con un fil di voce si sussurrano qualcosa e poi ripartono
Fili della tela di Penelope tessuti e poi disfatti, io e te
Distanti come i capi di una corda
Che le nostre dita pizzicano e vibra come un organo di note silenziose ad ogni battito”

“La morte dei miracoli” rimane una pietra miliare del rap italiano ed è certamente tra i 10 album più identificativi e influenti degli anni ’90. Alcuni spunti lanciati da Frankie Hi-nrg hanno ancora un perché a distanza di 22 anni e seppur di non facilissimo ascolto, varrebbe la pena scoprire o riscoprire questo lavoro anche nel 2020. Quella descritta nel 1998 non è un’Italia assai distante da quella odierna e ciò rende questo disco profondamente attuale e meritevole di attenzione. E adesso, come da consuetudine… Buon ascolto!