Ritorna “33 Giri”, la rubrica della Pro Loco Bronte dedicata all’approfondimento musicale dei dischi italiani che maggiormente ci hanno colpiti, sia dal punto di vista emozionale che da quello prettamente legato all’interpretazione dei testi delle canzoni. L’album che vi proponiamo oggi è “Crêuza de mä” di Fabrizio De André.

De André è universalmente riconosciuto come il Poeta della canzone italiana, sin dagli albori contrassegnati dalle influenze degli chansonnier francesi sino ad “Anime salve“, atto finale, capolavoro e sintesi definitiva dell’arte del cantautore genovese. In circa trent’anni di carriera Faber non  ha mai smesso di stupire, raggiungendo un pubblico man mano più vasto ma non per questo accontentandosi, tanto da scommettersi in progetti nuovi e spesso in grado di anticipare i tempi. Crêuza de mä in tal senso rappresenta un momento fondamentale per la discografia italiana, ma non solo. Tutto ciò che nella Penisola anni più tardi si è prodotto sotto l’etichetta di world music è figlia dell’intuizione geniale di De André, capace di mischiare ingredienti agli antipodi ed amalgamarli attorno ad un disco seminale, scandito dal dialetto ligure, filo conduttore di una cultura comune a tutti i popoli del Mediterraneo.

L’album si apre con la canzone che dà il titolo all’intero lavoro: Crêuza de mä, ovvero una stradina di mare che ci accompagna al primo atto del viaggio. Marinai rassegnati alla maestosità e alienazione che impone la vita tra le onde si ritrovano in una taverna per bere, prima che il mattino li costringa nuovamente a bordo per un ennesimo infinito viaggio: “ne sciurtìmmu da u mä pe sciugà e osse da u Dria (usciamo dal mare per asciugare le ossa dall’Andrea)…(finché il mattino) bacan d’a corda marsa d’aegua e de sä che a ne liga e a ne porta ‘nte ‘na creuza de mä” (padrone della corda marcia d’acqua e di sale che ci lega ci porta in una mulattiera di mare). I marinai, una volta in mare, sognano sempre una donna, in questo caso incarnata da Jamina, seconda traccia del disco, quasi una parentesi prima del pianto, della distruzione e della morte presente a Sidun, città libanese sconvolta dalla guerra. Può un album del 1984 essere così attuale? La risposta è nei versi conclusivi di una delle più belle canzoni (secondo il parere di chi scrive) di De André:

“e doppu u feru in gua i feri d’ä prixún
e ‘nte ferie a semensa velenusa d’ä depurtaziún
perché de nostru da a cianûa a u meü

nu peua ciû cresce aerbu ni spica ni figgeü
ciao mæ ‘nin l’ereditæ
l’è ascusa
‘nte sta çittæ

ch’a brûxa ch’a brûxa
inta seia che chin-a
e in stu gran ciaeu de feugu
pe a teu morte piccin-a”

“e dopo il ferro in gola i ferri della prigione
e nelle ferite il seme velenoso della deportazione
perché di nostro dalla pianura al molo
non possa più crescere albero né spiga né figlio
ciao bambino mio l’eredità
è nascosta in questa città
che brucia che brucia
nella sera che scende
e in questa grande luce di fuoco
per la tua piccola morte”

Dopo Sinán Capudán Pasciá, si giunge a ‘Â pittima, l’esattore delle tasse incapace di far la vita del marinaio e per questo costretto ad un lavoro socialmente disprezzato, tanto da condurre all’emarginazione. Non mancano – in quel microcosmo delle viuzze genovesi sempre al centro della poesia di Faber – le prostitute, che nella Dumenega possono finalmente abbandonare il quartiere nel quale venivano confinate per passeggiare in città. Un’ennesima storia di emarginazione, per una sfilata domenicale pregna di un’ironia quasi pirandelliana. L’album si conclude con D’ä mê riva, un canto delicato e allo stesso tempo disperato del marinaio che parte e lascia l’amata, sempre più distante con il suo fazzoletto bianco e il rumore delle onde in sottofondo:

“ti me perdunié u magún
ma te pensu cuntru su
e u so ben t’ammii u mä
‘n pò ciû au largu du dulú
e sun chi affacciòu
a ‘stu bàule da mainä”

“mi perdonerai il magone
ma ti penso contro sole
e so bene stai guardando il mare
un po’ più al largo del dolore
e son qui affacciato
a questo baule da marinaio”

Crêuza de mä è uno di quegli album che difficilmente suscita indifferenza. E’ lieve e colmo di colori nelle sue sonorità multietniche, ruvido e grigio nei suoi racconti amari, resi enigmatici da una lingua antica ma dannatamente vitale nel suo essere idioma unificatore. Il Mediterraneo è il vero protagonista del disco, quasi un dio Poseidone che veglia dagli abissi sulle vite di chi lo attraversa quotidianamente, come destino, come dannazione o salvezza; talvolta come incontro e, fin troppo spesso, come conflitto. E in fondo, anche oggi, cos’è il Mediterraneo se non una impervia e pericolosa stradina che conduce ad un porto, una crêuza de mä?

Buon ascolto.