Il 17 Luglio 2019 porta via con sé uno tra i più grandi scrittori ed intellettuali italiani contemporanei: Andrea Camilleri.

Non è semplice per chi scrive, vi assicuro, trovare le parole per descrivere quanto le opere del Maestro di Porto Empedocle abbiano contato nella propria vita, come di certo in quella di milioni di persone costantemente in attesa di un nuovo libro, intervista o spettacolo teatrale e televisivo. Impossibile quantificare le domeniche mattina passate a sfogliare l’inserto di un noto quotidiano nazionale dedicato alle uscite letterarie, alla ricerca di un accenno su un nuovo romanzo di Andrea Camilleri. Quasi una tradizione familiare, per uno scrittore (ma anche sceneggiatore, regista e drammaturgo) entrato a far parte delle nostre vite, come “uno di famiglia”. Si, perché Camilleri era uno di noi, un siciliano capace come pochi altri di catturare la quintessenza dell’Isola e tramutarla in storie uniche, descrizioni accurate delle virtù e del “multiforme ingegno” dei siciliani, ma anche dei loro vizi, debolezze e atavici difetti.

Camilleri verrà certamente ricordato per il suo personaggio più noto, quel Commissario Montalbano tradotto in 120 lingue e poi divenuto celebre in TV grazie alla fiction RAI  e al volto di Luca Zingaretti. Verrà ricordato per il “fimminaro” Mimì Augello, per l’ingenuo dal cuore d’oro Catarella, per “la sindrome da ufficio anagrafe” di Fazio e per quell’infinità di personaggi meravigliosi che dal 1994 ruotano attorno al commissariato di Vigata. Ma Nené, come veniva affettuosamente chiamato dalla madre prima e dagli amici poi, era molto altro. Tra le righe di quel suo “vigatese” ci sono pagine indimenticabili di letteratura, accese denunce ai ben noti malcostumi italiani, osservazioni puntuali sui periodi storici trattati e personaggi eterni, destinati a vivere all’infinito grazie agli occhi di chi li conoscerà tra un foglio e l’altro di un libro e a sopravvivere al genio di chi li ha creati.

Tra qualche anno, forse, anche i più scettici capiranno l’importanza di Andrea Camilleri e ne apprezzeranno quell’ironia mai strabordante, quella schiettezza mai maleducata nell’esprimere le proprie perplessità su tutte le storture di questo tempo. Oggi è andato via un pezzo di noi e, permettetecelo, un pezzo di quella Sicilia di cui tanto andiamo fieri e in cui ci identifichiamo con orgoglio. Durante un viaggio all’estero, alla classica domanda “Where are you from?”, rispondendo “Sicilia” vidi il mio interlocutore aprire gli occhi ed accennare un mezzo sorriso ed io, già pronto a ricevere la classica risposta “Il Padrino…” (nella migliore delle ipotesi), mi stupii e un po’ emozionai a sentir scandire: “Sicilia! Camilleri!“. Non è già questo un motivo per ringraziarlo?

Concludo con un estratto de “La danza del gabbiano”: chi altri, se non un genio quale Camilleri era, poteva aver descritto in maniera così emozionante la morte di un gabbiano sulla spiaggia? In quella “danza”, minuziosamente raccontata e narrata vi è tutta la poetica di Nené:

Tutto ’nzemmula il gabbiano chiuì l’ali e accomenzò a picchiare verso la spiaggia. Che aviva visto? Ma quanno arrivò a toccare col becco la pilaja, invece di risollevarsi in aria con la preda, s’afflosciò, addivintò un immobili mucchietto di pinni cataminate a leggio dal vinticeddro di prima matina. Forse gli avivano sparato, a malgrado che il commissario non aviva sintuto nisciun colpo di fucile. Ma chi era l’imbecille che potiva mittirisi a sparare a un gabbiano? L’aceddro, che distava ’na trentina di passi dalla verandina, di certo era morto. Ma po’, mentri che Montalbano lo stava a taliare, ebbi come un fremito, si rizzò faticanno sulle zampe, s’inclinò tutto da un lato, raprì una sula ala, quella cchiù vicina alla rina, e si mise a firriare su se stesso, mentre la punta dell’ala gli addisignava un circolo torno torno e il becco stava isato verso il cielo in una posa innaturale che gli faciva il collo tutto storto. Ma che stava facenno, abballava? Abballava e cantava. Anzi no, non cantava, il sono che gli nisciva fora dal becco era roco, dispirato, pariva che addimannava aiuto. E ogni tanto, sempri firrianno, addrizzava il collo tendendolo in alto fino all’inverosimili e col becco faciva avanti e narrè, parivano un vrazzo e ’na mano che volivano posari qualichi cosa in àvuto e non ci arriniscivano.
Montalbano in un vidiri e svidiri scinnì supra la pilaja e gli arrivò a un passo. Il gabbiano manco fici ’nzinga di averlo viduto, ma subito appresso il sò firriare principiò a farisi incerto, sempre cchiù traballiante, e alla fine l’aceddro, doppo un sono altissimo che parse umano, perso l’appojo dell’ala, s’accasciò di lato e morì.
«Ha abballato la sò morti» pinsò il commissario, ’mpressionato da quello che aviva appena viduto“.

Grazie Maestro, grazie di tutto.

Scritto da Andrea Aidala

Foto: Flickr, Ass. Amici di Piero Chiara
Fonte estratto “La danza del Gabbiano”: LibriNews