“Iunto alla metà deli me iorna
mi ritrovai in un bosco oscuro
e non trovava chiù a via cà torna”.

Inizia con una citazione della Divina Commedia tradotta in un proverbiale dialetto siculo, la nuova serie della Rai in lizza per il riconoscimento al Festival di Cannes 2018 come Miglior Fiction; nell’attesa di sapere se l’ambita statuetta sarà consegnata nelle mani dei produttori, la stessa Rai ha messo l’intera opera all’interno di un lungo palinsesto che prevede ben dodici episodi distribuiti in sei serate nei mesi che intercorrono tra Marzo e Maggio.

Di film sulla mafia se ne sono succeduti parecchi negli ultimi trent’anni, ma, fatto assai curioso, nessuno relativo al periodo storico tra il 1993 e il 1996, ovvero durante i rispettivi colpi su colpi che lo Stato e l’antistato si infierivano a vicenda; se da un lato, infatti, la Magistratura e le Forze dell’Ordine aveva inflitto duri colpi all’organizzazione attraverso la sentenza passata in Cassazione – la quale riconosceva la mafia come un sistema verticistico e criminale – mettendo in gabbia i suoi boss, tra i quali spicca il sanguinario Totò Riina, dall’altro lato gli omicidi di Falcone e Borsellino, nonché le bombe piazzate a Firenze, Milano e Roma, stavano a sottolineare come tra i due contendenti si vivesse un clima di perenne guerra fredda. Sullo sfondo si prefigurava però, l’ombra di Giuseppe Di Matteo, il bambino, figlio del pentito Santino, sequestrato da quelle che erano considerate le nuove leve ai vertici dei clan, Leoluca Bagarella e Giovanni Brusca. Alla sua disperata ricerca si muove l’intero pool antimafia, capitanato nel film dal giovane magistrato originario di Bivona, Saverio Barone (ispirato alla reale figura di Alfonso Sabella, soprannominato appunto Il cacciatore di mafiosi). Le vicende personali in chiave adolescenziale del protagonista interpretato da Francesco Montanari e quelle relative al dramma coniugale del boss Leoluca Bagarella, a sua volta raffigurato da un immenso David Coco, rappresentano la reale suspense della serie.

Una produzione, quella Rai, di cui dunque consigliamo la visione, poiché priva di eccessive – e quasi sempre fuori luogo – spettacolarizzazioni del dualismo Stato-mafia, ma cruda, asciutta e segnata da dialoghi incisivi tanto quanto i lunghi silenzi impreziositi da una fotografia di livello.

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